21 Jan La ragazza che guardava con il collo

La ragazza che guardava con il collo

Nella Metodologia psicoterapeutica denominata Vegetoterapia carattero-analitica, la diagnosi delle psicopatologie si basa sulla lettura corporea dei blocchi somatopsicologici della persona (1). La disciplina della Somatopsicodinamica, messa a punto dalla metà del secolo scorso in poi, è stata fondata dal prof. Federico Navarro, eminente psichiatra di cui mi onoro di essere stata allieva e amica.

Il Prof. Navarro ha sistematizzato le ricerche portate avanti da W. Reich (di cui è possibile trovare informazioni esaurienti su questo Blog) e noi, come suoi allievi – all’interno dell’Istituto da lui fondato – abbiamo continuato lo studio e la ricerca nei diversi campi, sia a livello teorico sia a livello applicativo Io, personalmente, in quanto psicologa, trovo che lo strumento di diagnosi messo a punto da questo indirizzo di studi, sia una lente estremamente precisa attraverso la quale è possibile diagnosticare e curare la sofferenza dell’individuo.

La Somatopsicodinamica prevede che tale indagine diagnostica debba fondarsi sulla teoria dei sette livelli corporei, elaborata da Reich. Ognuno di questi livelli è collegato ad una fase della crescita e alle relative funzioni. Presentando oggi il caso della “ragazza che guardava con il collo” andrò a sfiorare le tematiche relative a due segmenti, quello degli occhi e quello del collo, nella loro interazione.

Il segmento oculare riguarda i centri cerebrali deputati alla visione, non solo in quanto funzionalità fisiologica, ma anche, e soprattutto, in quanto capacità di collocarsi in una realtà, di autopercepirsi e di percepire il mondo in quanto separato e “in relazione” con il sé.

Questa funzione è gravemente disturbata negli psicotici che non riescono a vedersi in quanto individui separati dall’altro, ed in cui l’io è invaso da forze estranee e terrorizzanti.

Il segmento del collo riguarda il “modello dell’io”, (2) ovvero tutte quelle istanze emozionali relative ad un ideale, quindi al meccanismo della identificazione. Nella crescita post adolescenziale – per una esigenza di difesa – si stabilizza l’attitudine ad indossare una maschera. Il bisogno di incarnare un modello interiorizzato sovrasta la capacità di sviluppare un vero sé, per dirla in termini Winnicottiani (3).

Un collo troppo lungo, da cigno, diceva sempre Federico Navarro, esprime una personalità protesa verso una ricerca continua, una tensione ideale. Al collo sono dunque legate le istanze narcisistiche, quelle, per intenderci, delle persone che hanno sempre subito le aspettative  troppo alte dei genitori, o che si sono trovate a vivere la propria inadeguatezza nei confronti di genitori esigenti e richiedenti, vissuti come esempi di realizzazione sociale o di perfezione morale. Non a caso una delle caratteristiche più frequenti riscontrabili in persone che abbiano un blocco principale nel collo (Navarro per una accurata diagnosi distingueva tra blocco principale e blocco secondario op.cit. nella Nota 1) è un rigido senso del dovere unito ad una costante sensazione di colpa (non essere “abbastanza” bravi!)Navarro portava come esempio le ballerine. Forse perchè è molto frequente trovare dietro ad artisti come musicisti e ballerini, una storia di genitori esigenti e proiettivi. Non è raro che siano cresciuti all’ombra del messaggio “Tu devi arrivare dove io non ce l’ho fatta”, da parte di un genitore frustrato che tende a proiettare la propria mancata realizzazione nel successo del figlio. Forse il film di Luchino Visconti “Bellissima” è la rappresentazione più indovinata di questo  conflitto.

In ogni caso parliamo di Modelli Metodologici, pertanto puramente indicativi. In realtà ogni individuo sviluppa una propria personale configurazione mentale ed emozionale relativa a questi disallineamenti sviluppati nelle diverse fasi della propria crescita.

In questo articolo voglio esporre quello che è accaduto nel trattamento di G., una ragazza di diciannove anni: quello che è accaduto in particolare nell’esecuzione di uno dei quattro actings oculari, per la precisione il secondo, denominato della “accomodazione-convergenza”.

L’acting è imperniato sulla capacità di vedere l’altro in relazione a sé, e riguarda una fase molto importante dello sviluppo del neonato: l’allattamento (4).

L’esecuzione dell’acting ha presentato per G. una difficoltà peculiare: il tendere il collo verso l’alto nel momento in cui gli occhi dovevano focalizzare il “punto sul soffitto”. Per quanto si sforzasse (e lo sforzo è una delle caratteristiche del blocco del collo) non riusciva ad isolare il movimento oculare da quello del collo.

L’impegno dei muscoli nucali non è assolutamente necessario nel movimento oculare, anzi! Per intenderci, il movimento di G. ricordava quello compiuto dai miopi, quando si sforzano di mettere a fuoco qualcosa, o qualcuno. G., però, non era affatto miope, anzi!

Alla richiesta di associare (5) questo gesto del tendere il collo a qualche esperienza della propria vita G. ha espresso la propria sfiducia nella capacità di vedere le cose per come sono. E, anche se G. ne riconosce l’assurdità, a questa sensazione si unisce l’idea che “dove gli occhi non arrivano arriva il collo”. La funzione oculare viene sottratta agli occhi e affidata al collo.

Un’altra immagine nasce in associazione alla sensazione emersa durante l’acting: lei da grande in veste di avvocato (è iscritta al primo anno di Legge). E’ davvero capace di arrivare a questo traguardo?

La domanda che invece le viene posta è: “ Diventare avvocato è il tuo progetto, o quello di un genitore?”

Ecco che G. ha una intuizione: lei non riesce a vedere bene “quanto questa scelta le appartiene” e, in aggiunta, a questa sensazione si aggiunge l’incapacità di distinguere tra il proprio desiderio e quello materno, non solo in questa particolare e cruciale scelta della vita, ma, in generale, in tutte le situazioni in cui sarebbe necessario avere un proprio “punto di vista”. Ecco che l’attenzione di G. può ora liberamente vagare sulla relazione con la madre, in senso più vasto e complesso.

Andando a ripercorrere la sua storia si scopre che G. è stata allattata al seno per oltre due anni. In questo caso, un evento che si potrebbe definire “felice” o “fortunato” sta ad indicare il prolungamento della dipendenza dal seno materno, ben oltre lo sviluppo della dentizione e della deambulazione. Si è trattato dunque di una conseguenza  della relazione simbiotica con la madre. Nella biografia di questa madre emerge il fallimento dell’accudimento ricevuto dalla propria madre nella sua infanzia e la tendenza a ricercare una compensazione nel nutrimento ricevuto dalla relazione con la figlia.

Spesso, nel lavoro di preparazione al parto, emerge una particolare tendenza di alcune gestanti definite “a rischio”: anziché nutrire il feto considerandolo come individuo a sè, queste future madri hanno la tendenza ad inglobarlo come una proprietà, escludendo il padre (e il mondo intero) da tale onnipotente fusione. (6)

Spesso si tratta di comportamenti conseguenti ad un bisogno infantile inappagato di cui non si ha consapevolezza, comportamenti che rischiano di essere la premessa di una maternità disturbata e disturbante.

Nel caso di G. il collo è diventato fonte di un’ informazione corporea (7): il collo, a cui è legato il difficile passaggio dalla dipendenza all’ autonomia, è per G intervenuto a supportare la difficoltà legata alla capacità di interpretazione della realtà. Guardare le cose con i propri occhi ora diventa per G. il progetto realmente autodeterminato, forse il primo vero progetto formulato in modo totalmente individuale.

Ben presto, nel proseguimento del percorso, e man mano che sono emerse le possibilità di separazione dalla madre, il collo ha cominciato ad ammorbidirsi e il movimento degli occhi a liberarsi.

Questo esempio è un piccolo cammeo nell’universo delle molteplici risoluzioni possibili attraverso una diagnosi, attuata con lo strumento della Somatopsicodinamica, in cui le istanze dello sviluppo emozionale ed affettivo sono legate alla struttura corporea, alla sua formazione, e all’indurimento progressivo di quella che Reich chiamava “corazza caratteriale”.

E’ particolarmente importante che lo scioglimento dei blocchi e l’ammorbidimento della corazza avvengano in fasi precoci dell’esistenza, prima di una loro rigida cronicizzazione. E’ questo uno dei principali obiettivi del lavoro di prevenzione, fiore all’occhiello del Paradigma reichiano.

Note

(1) Sottolineiamo che c’è una profonda differenza tra Psicosomatica e Somatopsicologia. Infatti mentre la prima stabilisce correlazioni tra psiche e soma, la seconda unifica la visione dell’individuo, che viene visto come un campo energetico sensibile alle perturbazioni e agli squilibri nel proprio funzionamento in senso globale. Questa visione  sposa l’idea dell’unità funzionale tra una cellula vivente e i grandi sistemi complessi. cfr. Federico Navarro, La somatopsicodinamica, Pescara, Discobolo, 1988.

(2)Cfr. l’articolo “L’ideale dell’io” nel mio Blog (postato il 2 settembre 2019)

(3) Il termine falso sé, dello psicoanalista Donald Winnicott (Sviluppo affettivo e ambiente, 1965), indica una modalità patologica di sviluppo dell’identità che prende le mosse dai primissimi stati dello sviluppo infantile là dove il bambino non trova nella madre rispecchiamento dei suoi bisogni e desideri, ma cresce assecondando i bisogni e desideri di lei e imparando via via a fondare il proprio senso di identità nell’accondiscendere alle richieste altrui.

(4) L’allattamento,  dal punto di vista della funzionalità oculare, rappresenta il momento elettivo di formazione della capacità di individuazione del proprio io separato e distinto da quello della madre, capacità che si sviluppa in ciò che accade al piccolo nel contatto oculare con la madre /nutrice.

(5) La verbalizzazione che segue l’esecuzione di un acting non è mai basata sulla interpretazione, ma sempre e soltanto sulla associazione in termini analogici.

(6)  Nel Modello di intervento da me messo a punto all’interno dell’Istituto Federico Navarro, faccio riferimento alla teoria dei tre campi madre/padre/figlio distinti l’uno dall’altro ma in reciproca interrelazione. In particolar modo si sottolinea l’importanza del riconoscimento della funzione paterna fin dalle primissime fasi del concepimento. Vedi : Cinzia Catullo, Nati dalle acque , Ed.Huna 2016 pag.83

(7) Ovvero di una informazione oggettiva, non causata da una razionalizzazione.