02 Mar Perché la speranza non serve

Perché la speranza non serve (Ovvero come non sopravvivere in tempi di pandemia)  Da molto tempo ormai si sente parlare di speranza. La speranza che tutto si risolva bene, che tutto possa tornare “come prima”, che un uomo forte ci conduca fuori dal tunnel. Letta in questo modo, la speranza non è l’immaginazione di altri mondi possibili, ma l’addormentamento delle coscienze. E’ la perfetta rappresentazione del pensiero unico : c’è un solo mondo possibile, quello conosciuto e raccontato con un amplificatore proprio come nei film di fantascienza dove un leader carismatico non fa altro che ripetere fino alla nausea da un grande schermo che quello è il mondo reale, che quelle sono le soluzioni, che quelle sono le condizioni, e che tutti devono crederci. E’ come stare a teatro, dove l’attore chiede una sospensione del giudizio allo spettatore, lo spettatore deve crederci e basta, deve credere che quelli che camminano e parlano del palcoscenico siano davvero  i personaggi rappresentati. Ma tutto si basa su un patto: tu devi credere che questa rappresentazione sia realtà e per tutto il tempo della rappresentazione. E allora tu puoi solo sperare che andrà a finire bene, perché a quel racconto ti sei affezionato e ti identifichi nella storia. In realtà tu non puoi niente, è il regista che ti porta fin dove vuole lui o fin dove un racconto già scritto ti conduce. La speranza non è creatività. Non dà scelta. E’ limitata ad un solo orizzonte, mentre invece ce ne sono molteplici. Siamo in gabbia perché speriamo. Perché aspettiamo un lieto fine. Siamo in sala d’attesa. La speranza presuppone il concetto di attesa. Se aspetto qualcosa, perdo di vista il presente. Quello che potrebbe dare forza (contrariamente a quanto possa sembrare) è abolire la categoria della speranza. Potremmo sostituire la parola speranza con la parola fiducia? Fiducia nella vita stessa? La fiducia presuppone...

Read More

19 Feb La teoria del livelli dalla prevenzione al lavoro traspersonale: da bi a tri-dimensionale

La teoria del livelli dalla prevenzione al lavoro traspersonale: da bi a tri-dimensionale Si assiste oggi ad una proliferazione di offerte nel campo della crescita personale. Per chi non ha esperienza e capacità di lettura, è difficile scegliere il percorso più adatto. Questo non solo perché ci sono iniziative di dubbia qualità e spessore professionale, ma anche a causa della totale assenza di chiarezza in tale ambito. Già da molti anni ho messo a punto una teoria denominata “Modello di Intervento Bidimensionale Multilivello” (vedi bibliografia). In questa teoria ho tentato di sistematizzare in modo organico gli obiettivi e le strategie di un serio lavoro di prevenzione nella società, partendo dal concetto di benessere e non di malattia. In sintesi questi studi vogliono offrire un modus operandi agli operatori sociali ai diversi livelli di intervento (infanzia, gestazione e nascita, maternità e paternità consapevoli, formazione e sviluppo delle risorse umane), ma anche una possibilità di orientamento per gli utenti. Già avevo evidenziato la necessità di distinguere due dimensioni di intervento: una dimensione di cura e di prevenzione del rischio in fasce cosiddette “deboli” (come per esempio adolescenti vittime di plagio, lavoratori mobbizzati, operatori affetti da burn-out , famiglie con portatori di handicap e fragilità di diverso tipo) dove l’intervento deve essere sostenuto da protocolli sanitari specifici e personale specializzato; una dimensione di sostegno in periodi di crisi, come ad esempio in presenza di separazioni o lutti familiari, in cui è possibile rintracciare il filo d’oro dell’opportunità di crescita  e riorganizzazione della propria vita; qui l’intervento è mirato ad ampliare la consapevolezza e ad offrire possibilità di scelte realizzative (professionali o affettive). In questo secondo livello rientrano tutte le attività di counseling ad opera di psicologi che abbiano conseguito questo tipo di preparazione. A queste due, si aggiunge ora, nella mia teoria, un’ulteriore dimensione, che è quella verticale, evolutiva e...

Read More

24 Jan Il bramito del cervo

IL BRAMITO DEL CERVO (Percorsi evolutivi, lavoro sull’ego e narcisismo sociale) Premessa Tra le varie discipline, oggi, vanno creati ponti. E’ finito il tempo degli arroccamenti, delle divisioni e dei compartimenti stagni. La scienza e la filosofia devono dialogare con la storia e con la medicina.  Ebbene io penso che anche la psicologia debba aprirsi e costruire connessioni significative. Secondo me potrebbe acquisire un valore aggiunto se si confronta con quella che Steiner chiamava “Scienza dello Spirito”. Dobbiamo partire dall’idea che il cammino di crescita sia anche un cammino evolutivo. Ha un’anima. (1) Se questo è vero, però, è vero anche il contrario.  Mi spiego meglio: nella mia esperienza ho troppe volte osservato persone impegnate in percorsi spirituali i cui promotori sono del tutto disinteressati alle condizioni psicologiche di chi a loro si rivolge.  Così, è molto frequente che un individuo immaturo, che non abbia consapevolezza dei propri blocchi psicofisici (per la mia scuola si parla più correttamente di livelli somatopsicologici), finisca, nella migliore delle ipotesi, con l’entrare in confusione. Nella peggiore, assistiamo alla completa perdita della realtà. Una strada di crescita spirituale, che sia aconfessionale e laica o ancorata ad un credo, ha bisogno di basarsi saldamente sulla pratica quotidiana. Oggi si parla molto di energia: siamo esseri incarnati, abbiamo l’assoluta necessità di incanalare correttamente la nostra forza vitale e di tradurre in opere, e in relazioni umane, il risultato della nostra evoluzione. Questa è la vera sfida dei nostri tempi, fatta di continui aggiustamenti, autoanalisi, ricadute e ripartenze. E’ necessaria una dote principalmente: quella dell’umiltà. I - Il lavoro sull’ego in quanto fardello di cui liberarsi In questo articolo propongo un approfondimento specifico sul tema dell’ego. Il lavoro sul proprio ego è il fondamentale pilastro di ogni strada di crescita. Nella accezione accolta nella varie scuole tradizionali, da quella taoista, a quella buddista, a quella Vedico-tantrista, con ego non si...

Read More

17 Apr Pandemia e riprogrammazioni evolutive

Voglio provare a immaginare quali e quanti cambiamenti avverranno in noi nelle fasi successive a quella attuale. Da psicologa, sto provando a ricavare dai miei algoritmi simbolici alcune degenerazioni patologiche del tutto nuove, legate al trauma che stiamo vivendo oggi, ma, anche, e sinceramente me lo auguro, le mutazioni dal punto di vista dell’evoluzione generale, addentrandomi anche negli aspetti comici che inevitabilmente contiene ogni tragedia umana. Ma, potrei anche dire: ogni tragedia. Perchè, per sua natura, la tragedia non può che essere solo ed esclusivamente umana. Non esistono tragedie in natura, ma solo eventi imperturbabilmente necessari (è così che immagino un Dio, oggettivo, necessario, imparzialmente geometrico). E la legge dell’amore? Forse dire che Dio è amore, mi dico, non significa quello che siamo abituati (e condizionati) a conoscere dell’amore. Siccome l’intelligenza superiore che ci comprende non risparmia nessuna infelicità al genere umano, la legge per la quale “tutto è amore” ovvero l’unità è amore, deve per forza alludere ad un codice sconosciuto nel quale ognuno dovrà provare a riprogrammarsi. Non possiamo toccarci La prima vittima del grande movimento mondiale è il contatto: non possiamo toccarci. E per un bel po’ sarà interdetto l’abbraccio, la stretta di mano, i due bacini che siamo abituati a darci quando prima ci incontravamo. Come se quei bacini avessero un significato. Ve li ricordate? Due sfioramenti frettolosi, e spesso automatici, fatti come per dovere. “Ehi, siamo amici, io sono affettuoso, e anche tu, non è così?” , era il silenzioso sottinteso del codice umano legato all’incontro con l’altro, indipendentemente se quest’altro fosse un amico, o un tizio presentatoci ieri. In quel gesto automatico ci ho sempre trovato un che di routinario e di rispondente alle leggi del bisogno. Un bisogno di inclusione, certo. E di appartenenza. Spesso eseguito in modo riluttante. Ho spesso sentito l’altro (o l’altra) irrigidirsi...

Read More

04 Apr Il Mito di Edipo:una traccia patologica generazionale

La storia: Laio, re di Tebe, poco dopo le nozze con Giocasta, riceve da un oracolo la predizione che un eventuale figlio, nato da queste nozze, lo avrebbe ucciso. Per questa ragione Laio, dopo la nascita del figlio, decide di sbarazzarsene. Dopo varie traversie, il bambino viene adottato dal re Polibo, che gli dà il nome di Edipo. Edipo, una volta cresciuto, riceve la predizione di un Oracolo di essere destinato ad uccidere il proprio padre e a sposare la madre. Per sfuggire a questo destino, Edipo si allontana da quella che crede la propria famiglia. Durante il viaggio verso la Beozia incontra il carro su cui viaggia Laio, il suo vero padre, che gli intima di cedere il passo. Poiché Edipo si rifiuta, l’auriga di Laio lo colpisce con un bastone e gli ferisce il piede con una ruota. Edipo, allora, uccide tutti gli occupanti del carro ivi compreso Laio. Quando giungerà più tardi a Tebe, Edipo troverà la città a lutto per la perdita di Laio, ucciso mentre si stava recando a consultare l’Oracolo in merito alla Sfinge, un mostro pericoloso che divorava chiunque gli passasse accanto e non sapesse rispondere al suo indovinello. Vista la situazione, il reggente di Tebe, il cognato di Laio, decide di offrire il trono e la mano della propria sorella Giocasta, a chi avesse saputo rispondere a tale indovinello liberando la città dalla presenza minacciosa della Sfinge. Edipo dà risposta all’enigma (“Quale essere cammina al mattino su quattro zampe, su due a mezzogiorno e su tre alla sera ed è tanto più debole quante più zampe ha?”). La Sfinge viene sconfitta e la città liberata, ma il vaticinio si compie: Edipo sposa la propria madre, dopo aver ucciso il proprio padre. Una volta appresa la verità, Edipo si acceca e la madre,...

Read More

24 Mar Critica della paura

Da più parti, in questo periodo, si sente ripetere questo ammonimento:”Non bisogna avere paura”. Questo perchè è ormai accertato che l’emozione paura è in relazione con lo squilibrio del sistema immunitario e con il suo indebolimento. Ora, se questo è perfettamente vero, è anche vero che la cosa più sbagliata da fare con una persona impaurita è dirle:” Non devi avere paura!” Da quel momento quella persona, non solo continuerà ad avere paura (la paura, come qualsiasi altro sentimento, non obbedisce ai comandi della neo cortex, ovvero della nostra razionalità) ma, da quel momento, avrà anche “paura della paura”. E allora? Se vogliamo sciogliere le nostre paure, la prima cosa da fare è accorgerci di averle, non certo reprimerle. Ci sono due tipi di paure: la paura sana, quella che giustamente ha il diritto e il dovere di essere ascoltata e seguita. Potremmo chiamarla la paura consigliera. Questa ci permette di tutelare e proteggere la comunità a cui apparteniamo.E’ il giusto timore, per esempio, di essere contagiati e di danneggiare noi stessi e gli altri.  Ci induce a prendere precauzioni (stare in casa, distanziarci dagli altri etc.). Può generare momenti di ansia, di preoccupazione e di depressione in modo transitorio e legato alla realtà che stiamo vivendo nel qui ed ora. Cessa una volta che è cessato il pericolo. 2.  Il panico, quella paura incontrollabile e viscerale, che sale dalla pancia e ci pervade, ci possiede, e genera angoscia; ha una radice antica in noi, è qualcosa che ci abita da sempre. Forse si tratta di vissuti infantili, delle paure dei nostri genitori, quelle che ci hanno trasmesso senza volerlo. Sono messaggi del tipo “Là fuori c’è pericolo” oppure “Il mondo è cattivo”.Oppure potremmo aver conservato informazioni di altre epoche storiche, quando c’era il pericolo di morire di fame, o per una banale influenza....

Read More

22 Mar Tre madri, tre figlie  e una fiaba

Si tratta di tre donne (pazienti di un trattamento  Somatopsicologico) che per un motivo o per l’altro, non hanno avuto la presenza di un padre. La prima: Sonia, dopo svariati mesi di lavoro, si rende conto di non accettare la sensazione che la propria madre l’abbia sempre rifiutata. Ha sperimentato una “morsa” a livello del torace, dopo un lavoro di ammorbidimento del collo. In questa morsa ha potuto sentire tutto quello che era stato rimosso da sempre: un sentimento di dolore a cui non riesce a dare spiegazione, di cui non si era mai accorta, impegnata com’era a costruire una realtà di apparente benessere. Con tutte le sue azioni, il suo modo di interagire e di spiegare agli altri come stanno le cose, di descrivere sé stessa e la propria vita, dimostra la volontà di nascondere a sè stessa questo rifiuto (1) ed edifica continuamente la  presenza di una madre immaginaria. In un certo senso, la “impone”. Anche se vive esperienze in cui palesemente non viene amata e rispettata, le capovolge in una specchio deformato, dove il risultato è sempre lo stesso: l’altro è salvato e giustificato, come salvata e giustificata è la figura materna.Questo tentativo di conservare l’immagine di una madre “a tutti i costi”  buona, è legato ad una reiterazione: la bambina , un tempo, ha salvaguardato la propria possibilità di sopravvivenza creando un simulacro. Il vedere oggi quanto la madre abbia fallito nell’accudimento e nel contatto, la porta ad attraversare le paure infantili. Si rende conto che l’adulta di oggi non ne può venire distrutta. La verità emerge, e libera una parte di Sonia che era sempre rimasta agganciata ad un falso sè. Proprio liberando la morsa nel torace, si rende conto che fino a questo momento ha esercitato un controllo sulla propria spontaneità, rimanendo irrigidita per relegare nell’inconscio (e nella...

Read More

18 Mar Il nostro spazio privato in tempi di Coronavirus

La privacy in tempo di Coronavirus (mettiamolo maiuscolo in ossequio alla sua straordinaria imperatività), è paragonabile ai diritti umani in tempo di colpo di stato: zero. Ai posti di blocco ti fermano e ti costringono a giustificare la tua presenza sulla pubblica strada. Se questo evento viene ormai digerito dalla maggior parte degli italiani ben consapevoli della propria indisciplinatezza, si tratta di qualcosa che sembra fare piazza pulita delle eccezioni. Per esempio: sei un /una novantenne? Devi stare buono a casa tua. Non importa se sei emula della nonnina che ballando il tip tap è arrivata sul podio di Italia’s Got Talent. Vieni considerato un esserino fragile sull’orlo della fossa. No, non è contemplata l’eccezione. Che poi viene da chiedersi: ma se fino a ieri un ultrasessantacinquenne non prendeva la pensione perchè veniva considerato ancora in grado di lavorare, com’è che oggi è inserito nelle fasce a rischio? Sono domande destinate a rimanere senza risposta. Ormai ai posti di blocco sistemati un giorno sì e uno no all’ingresso del mio paese , tra i tutori dell’ordine e i cittadini si è instaurata un’intima e reciproca conoscenza delle rispettive abitudini, carattere e patologie in corso. “Scusi, ma voi non potete stare in due in macchina, dovete uscire uno per volta. E poi, mi scusi, lei deve indossare la mascherina e sua moglie deve stare sui sedili dietro” L’uomo non capisce, tenta di ribattere:” Noi viviamo insieme…” Ma il vigile è inflessibile, e all’uomo verrebbe da spiegargli che con la moglie dormono abbracciati e si baciano “a spatola” come spiega Margherita Buy nel film di Verdone “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”. Poi desiste, e il giorno dopo escono separatamente, per poi ritrovarsi (di nascosto) a casa dopo. Qualche volta il tutore dell’ordine si incuriosisce un po’: “Dove va?” “Dallo psicologo” “Ah sì, è indispensabile?” Ora, se...

Read More

09 Mar Coronaombra

In questo momento di emergenza sociale non dimentichiamo il risvolto personale e somatopsichico (1) che si fa avanti nelle nostre vite. La potenza di questo evento è data dal fatto che nessuno, proprio nessuno, ne resta escluso. Il primo punto riguarda il seguente interrogativo: che succede in una situazione di totale deprivazione di tutte le occupazioni, necessarie e non, che riempiono il nostro tempo? Ormai è sotto gli occhi di tutti che non sarà possibile, per un periodo sufficientemente lungo da mandare i più fragili fuori di testa, stare dietro a tutte le attività usuali e routinarie, ma anche a quelle ludiche e straordinarie ( il viaggio nella località esotica? Le terme rilassanti? Il pub?). Via via , e nel giro di un rapido giro di giostra, tutto quello che ha sempre costituito il centro delle nostre soddisfazioni e delle nostre lamentele (non ho mai tempo per me stesso…. Troppi impegni…non riesco a fermarmi etc. etc.) è interdetto, sparito dalla quotidianità E, soprattutto, le prime cose a sparire dal nostro orizzonte e dalla zona-confort, sono le “cose fuori”. Va da sè, che le uniche concessioni riguardano l’”aspetto dentro”, lo spazio interiore di ciascuno, il guardare “dentro la casa”, intesa come luogo fisico abitato, e anche come luogo dell’anima. Questo luogo improvvisamente si spalanca a noi, e quello che abbiamo sempre cercato di evitare, ora lo incontriamo per forza. Che succede se il tempo riempito dal lavoro sparisce? Se la palestra non mi supporta più per sfogare lo stress accumulato? Se pizza, incontri, gite, mostre, non sono più praticabili? Improvvisamente mi trovo a fare i conti con il mio vuoto, quello in cui confusamente accatastavo pseudo - riempitivi, magari per non fare i conti con la verità di ciò che manca, e su cui devo dichiarare la mia inadeguatezza o, peggio, il “ fallimento “? Mi rivolgo a...

Read More

21 Jan La ragazza che guardava con il collo

La ragazza che guardava con il collo Nella Metodologia psicoterapeutica denominata Vegetoterapia carattero-analitica, la diagnosi delle psicopatologie si basa sulla lettura corporea dei blocchi somatopsicologici della persona (1). La disciplina della Somatopsicodinamica, messa a punto dalla metà del secolo scorso in poi, è stata fondata dal prof. Federico Navarro, eminente psichiatra di cui mi onoro di essere stata allieva e amica. Il Prof. Navarro ha sistematizzato le ricerche portate avanti da W. Reich (di cui è possibile trovare informazioni esaurienti su questo Blog) e noi, come suoi allievi - all’interno dell’Istituto da lui fondato - abbiamo continuato lo studio e la ricerca nei diversi campi, sia a livello teorico sia a livello applicativo Io, personalmente, in quanto psicologa, trovo che lo strumento di diagnosi messo a punto da questo indirizzo di studi, sia una lente estremamente precisa attraverso la quale è possibile diagnosticare e curare la sofferenza dell’individuo. La Somatopsicodinamica prevede che tale indagine diagnostica debba fondarsi sulla teoria dei sette livelli corporei, elaborata da Reich. Ognuno di questi livelli è collegato ad una fase della crescita e alle relative funzioni. Presentando oggi il caso della “ragazza che guardava con il collo” andrò a sfiorare le tematiche relative a due segmenti, quello degli occhi e quello del collo, nella loro interazione. Il segmento oculare riguarda i centri cerebrali deputati alla visione, non solo in quanto funzionalità fisiologica, ma anche, e soprattutto, in quanto capacità di collocarsi in una realtà, di autopercepirsi e di percepire il mondo in quanto separato e “in relazione” con il sé. Questa funzione è gravemente disturbata negli psicotici che non riescono a vedersi in quanto individui separati dall’altro, ed in cui l’io è invaso da forze estranee e terrorizzanti. Il segmento del collo riguarda il “modello dell’io”, (2) ovvero tutte quelle istanze emozionali relative ad un ideale, quindi al meccanismo...

Read More